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“Il libro è il padre di tutti i viaggi da immaginare”.

Paolo Rumiz ha estratto questo libro dagli appunti e dai disegni contenuti in sette taccuini all’interno dei quali ha cercato di annotare quanto più possibile del suo viaggio in verticale, dalle Terre Iperboree allo Stretto del Bosforo. Ho voluto intitolare questo articolo con una particolare definizione di libro, tratta dal testo stesso, proprio per evidenziare che con la sua lettura ho fatto un viaggio fantastico. Accompagnata da un atlante e qualche foto presa dal web, senza muovere un passo, mi sono ritrovata protagonista di un pellegrinaggio romantico e nostalgico, durante il quale l’autore mi ha portata con sé nel suo piccolo bagaglio essenziale e mi ha trascinata con le sue parole lungo la linea di frontiera che taglia l’Europa Centrale e divide il continente euroasiatico in Est e Ovest.

Rumiz, nato a Trieste, città di confine per definizione, fin da bambino sognava di valicare quel limite che lasciava fuori dalla sua portata le terre dell’oltrefrontiera e che poteva esplorare solo con la fantasia. Cresce e si sente uomo di confine e eleva i territori di frontiera a sua personale Patria. Ed è questo riconoscimento di sé come parte di un territorio che poco ha a che fare con le linee tracciate su una cartina politica, che gli permette di scrivere di luoghi e popoli in maniera coinvolgente. Rumiz si sente parte di quei luoghi e quei popoli e lo dimostra con una capacità descrittiva tale da incollarti alle pagine e trascinarti con sé.

Insieme a lui ho percepito il freddo secco e gelido del Mar Bianco e il calore del fuoco scoppiettante nella stufa a legna della casa dell’uomo e della donna del Nord. Ho visto, chiudendo gli occhi, i colori dei cieli dominati dalla luce orizzontale del sole che non tramonta mai e il luccichio del chiaro pallore della luna, riflesso sulla superficie ferma del lago di Ludza, luogo che Rumiz elegge a cuore della sua Europa. Ho esplorato i visi degli uomini e della donne che ha incontrato lungo il cammino e ricevuto dai loro racconti, particolari di un mondo a me sconosciuto.

Titolo del libro: Trans Europa Express

Autore: Paolo Rumiz

Editore: Feltrinelli

Anno di pubblicazione: 2012

EAN: 9788807019272

“E così, quando cominciarono a cadere le frontiere, per spirito di contraddizione, mi era cresciuta la nostalgia di un confine vero…

Sì, bisognava fare un grande viaggio su un limes, era quello il desiderio non più rinviabile.”

Ho imparato e rafforzato la mia convinzione di quanto la lettura di un racconto di viaggio come questo può servire più di un qualsiasi libro di scuola, dal momento in cui si trasforma in un diretto studio della geografia di un luogo e della storia di un territorio; in un trattato di antropologia e sociologia, scaturito dall’esperienza che deriva dal contatto personale e dal confronto diretto con persone appartenenti a quel luogo e a quella storia. Quante volte siamo stati rapiti dal fascino dei racconti tramandati dai nostri nonni. E dagli incontri fortuiti o voluti che Rumiz riporta in questo libro è facile fare un salto temporale e aver un’idea della situazione geo-politica dei territori dell’Europa Centrale a partire dal secondo dopoguerra in poi. La caduta del muro di Berlino e l’adesione poi alla Comunità Europea hanno favorito l’abbattimento di confini e le conseguenti modifiche nella cartina politica dei territori limitrofi alla Russia, in un “gioco delle frontiere mobili” che ha comportato l’esodo di minoranze etniche e lo spopolamento di intere località. In alcuni casi, la sparizione di intere comunità.

Comunità che vengono smantellate trascinando nell’oblio le tradizioni popolari e i riti religiosi di cui in alcuni casi, rimangono a noi oggi i resti di chiese e monumenti a testimonianza degli strappi dolorosi che tanta gente ha dovuto subire e che sono stati resi ancora più drammatici, dalla corsa dei Paesi dell’Est verso Occidente. Presi dalla bramosia di emanciparsi dal regime comunista, i grandi centri urbani vengono trasformati dal processo di democratizzazione all’occidentale. L’urgenza di fare, costruire, diventa imperativo. La frenesia della vita quotidiana si traduce in atti insensati e mancanza di rispetto per il prossimo, oltre che per se stessi. La mafia fa affari, a discapito di chi povero era e povero è rimasto. La mancanza di lavoro e di stabilità economica porta gli uomini a consolarsi con l’alcol e le vedove a trasferirsi nei Paesi più ricchi a Ovest. Nelle periferie degradate si ha paura di uscire di casa dopo il tramonto. Tutti segni dello smarrimento di un popolo. “Ormai impera sovrano il denaro e il sacro va in pezzi…” afferma Rumiz e chi è troppo anziano e stanco per studiare una nuova lingua e per dimostrare “lealtà nazionale” al nuovo Paese che lo ha senza chiederlo inglobato, è diventato “alieno”, un europeo non riconosciuto, dimenticato.

Ma torniamo da dove ero partita… per rimanere in tema.

Alla fine della sua storia, Rumiz si chiede se è stato davvero in grado di rendere la “densità umana” di questo viaggio e per quanto mi riguarda non posso che rispondere con un Sì! Questo suo naturale istinto ad andare, mi ha affascinata. E mi ha convinta della bellezza di viaggiare in maniera essenziale, quando afferma: “mettiamo nero su bianco alcune equazioni-base del viaggio.”

Andatura = metrica = narrazione.

Meno peso = più incontri.

Più difficoltà = più racconto.

Proverò a fare di queste, i presupposti per il mio prossimo viaggio, convinta che mi aiuterà a viverlo come un’esperienza indimenticabile.

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