Undici streghe per undici libri…

Undici streghe per undici libri…

La strega è sempre stata una figura molto affascinante, ma anche inquietante, con cui si intende una donna dedita alla pratica delle arti magiche e dotata o meno di poteri soprannaturali, nonché una studiosa di particolari “materie” come l’erbologia, la cristallomanzia e la stregoneria.

Durante il medioevo viene utilizzato il termine Lamia, come sinonimo di strega, per indicare alcune figure femminili che, secondo la mitologia greca, furono in parte umane e in parte animali, rapitrici di bambini o fantasmi seduttori, che adescavano giovani uomini per poi nutrirsi del loro sangue e della loro carne.

Per tali motivi, delle streghe si è sempre avuto paura. Secondo le credenze diffuse in varie culture, infatti, le streghe, dotate di poteri occulti, si sarebbero sempre occupate di magia grazie al loro essere in contatto diretto col maligno, o comunque con entità soprannaturali. Queste donne avrebbero usato tali poteri quasi esclusivamente per nuocere alle persone e alle cose, considerate delle nemiche dall’intera società. Con queste accuse, per alcuni secoli, molte figure femminili sono state oggetto di persecuzione da parte della Chiesa, ogni volta che in loro venivano individuate le caratteristiche attribuite alle streghe.

Le streghe pare abbiano avuto, in Italia, e precisamente in Campania, una loro città, Benevento, luogo che più di tanti altri si avvolge di un alone di mistero, perché legata ad una serie di eventi che spesso l’hanno vista sotto una luce “sinistra”. La città di Benevento, infatti, in epoca antica si chiamava “Maleventum” e sembrava portasse cattivo auspicio già per il suo stesso nome.

Esso sembrava simboleggiare qualcosa di dannoso, ma la sua origine deriva da una radice sannita che poi mescolandosi con il latino ha dato vita ad un vocabolo che risale probabilmente a prima dell’età neolitica, il cui vero significato non ha nulla a che fare con la “malasorte”.

Uno dei motivi per cui Benevento diviene la famosa “Città delle Streghe” è perché in epoca longobarda era consuetudine svolgere una serie di riti pagani, nei pressi delle rive del fiume Sabato, da parte delle Janare, le donne terrene collegate alla Luna, Colei che suggeriva loro i momenti di semina e di raccolta. Queste storie vennero tramandate e raccontate nel mondo contadino dell’epoca, al punto da generare diversi racconti e in seguito molti libri a riguardo.

Le così dette streghe di allora venivano viste nei pressi del fiume, in una zona chiamata Ripa di Janara, ed erano solite cantare ritornelli molto simili ad incantesimi e ballare intorno agli alberi, o avvicinarsi ai serpenti uscendone illese. Tutto ciò le faceva apparire piuttosto “bizzarre” per il resto della comunità, “diverse”, “pericolose”.

Le streghe davano vita ai loro rituali magici radunandosi in cerchio intorno all’antico Noce di Benevento.
La scelta di quest’albero era data dal fatto che fosse alto, sempreverde ed esteticamente molto particolare, tanto da risultare molto affascinante. Sembra anche che le sue proprietà e la sua energia fossero davvero molto significative e forti.

Durante il rituale, le streghe usavano ungersi alcune parti del corpo citando l’incantesimo: «Unguento, unguento portami al Noce di Benevento. Sopra l’acqua e sopra il vento e sopra ogni altro maltempo».

Dopo questo si lanciavano in danze e rituali e, pare, avessero la capacità di rendersi informi e di contaminare con le loro magie i cittadini.
La chiesa cattolica etichettò questa serie di accadimenti come evidenti riti demoniaci, ricollegandoli ai Sabba.

Ben presto, dei festeggiamenti e dei momenti di svago delle fanciulle immerse nella natura rimase solo il mistero, anche se si possono ritrovare molte similitudini se si pensa alla tribù Samentes, di cui si hanno testimonianze del loro amore per i boschi, del fatto che giravano adorando la natura e la sua bellezza, individuando in questa lo spirito divino. Spesso erano visti intenti ad eseguire riti magici, feste sacre e a recitare preghiere, nonché canti popolari, rivolti alla natura, ma nulla che comunque potesse ricondurre a scopi macabri.

Nonostante ciò, tutto questo accadde in un’epoca in cui la Chiesa si mostrava piuttosto attenta a questi episodi, fino a fare una carneficina fra chi era sospettato di stregoneria, occultismo e qualsiasi tipo di uso della magia. Anche una semplice filastrocca poteva essere letale!

Ma Benevento non è conosciuta soltanto come la Città delle Streghe, essa ha anche un suo liquore, lo Strega appunto, che ne è diventato il simbolo, famoso in tutto il mondo per la sua particolarità e la sua storia.
Infatti, dalla metà del 1800, un miscuglio di circa settanta erbe tra le quali finocchio, menta, zafferano, per citarne alcune, ha letteralmente incantato tutti. L’antidoto magico, più noto come digestivo bevuto dopo i pasti, ha una ricetta che resta tuttora segreta. Addirittura, alcune erbe coltivate o raccolte sono chiuse sotto chiave per evitare che il magico ingrediente segreto venga scoperto.

Dal liquore al “Premio Strega“, un premio letterario che viene assegnato annualmente all’autore o autrice di un libro pubblicato in Italia, tra il 1º aprile dell’anno precedente ed il 31 marzo dell’anno in corso, universalmente riconosciuto come il premio letterario più prestigioso d’Italia, oltre a godere di una consolidata fama in Europa e nel resto del mondo.

Il Premio è stato istituito per la prima volta a Roma nel 1947, da Maria Bellonci e da Guido Alberti, proprietario della casa produttrice del Liquore Strega, che dà il nome al Premio stesso.

Come e perché nasce tutto ciò? Siamo nell’immediato dopoguerra e il Premio diventa un traino per il mondo della cultura italiana, logorato da oltre vent’anni di dittatura fascista e dal recente conflitto. “Nell’inverno e nella primavera del 1944 cominciarono a radunarsi amici, giornalisti, scrittori, artisti, letterati, gente di ogni partito, uniti nella partecipazione a un tema così doloroso nel presente, come la guerra, e con tutta l’incertezza dei tempi per quanto concerneva il futuro. Quando poi, dopo il 4 giugno, finito l’incubo, gli amici continuarono a venire fu un tentativo di ritrovarsi uniti per far fronte alla disperazione e alla dispersione”, ha scritto Maria Bellonci, l’ideatrice del Premio.

Il primo scrittore a ricevere il Premio Strega, nel 1947, fu Ennio Flaiano, con il libro Tempo di uccidere. A settant’anni e più dalla sua istituzione, undici donne hanno vinto il Premio: nel 1957, Elsa Morante, seguita da Natalia Ginzburg, Anna Maria Ortese, Lalla Romano, Fausta Cialente, Maria Bellonci, Mariateresa Di Lascia, Dacia Maraini, Margaret Mazzantini, Melania Gaia Mazzucco e Helena Janeczek.

Il vincitore viene scelto tra una rosa di 12 opere semifinaliste, che poi scendono a 5, votate dagli Amici della domenica (nome dato dal giorno prescelto per le loro riunioni iniziali), ossia da un gruppo di quattrocento uomini e donne di cultura, tra cui gli ex vincitori. Tradizionalmente, il primo giovedì del mese di luglio, nel ninfeo di Villa Giulia a Roma, veniva effettuata la votazione definitiva che proclamava l’opera vincitrice. Nel 2017, in occasione della settantesima edizione del premio, sono state modificate sia la data che il luogo della premiazione, che ora avviene l’8 di luglio presso l’Auditorium Parco della Musica, inRoma.

ELSA MORANTE, l’isola di Arturo: (Gli isolani) “sono scontrosi, taciturni. Le porte sono tutte chiuse, pochi si affacciano alle finestre, ogni famiglia vive fra le due quattro mura, senza mescolarsi alle altre famiglie. L’amicizia, da noi, non piace. E l’arrivo di un forestiero non desta curiosità, ma piuttosto diffidenza. Se esso fa delle domande, gli rispondono di malavoglia; perché la gente, nella mia isola, non ama d’essere spiata nella propria segretezza“.

NATALIA GINZBURG, lessico famigliare: “Ognuno di noi è sbandato e balordo in una zona di sé e qualche volta fortemente attratto dal vagabondare e dal respirare niente altro che la propria solitudine, e allora in questa zona ognuno di noi può trasferirsi per capirti.”

ANNA MARIA ORTENSE, poveri e semplici – Da O tempesta marina: O tempesta marina! Urli del vento / che furibondo lacera il mio cielo
e questa casa misera percorre, / spaventa, investe.
Malinconia delle ingiallite stanze, / che non sanno ricevere tempeste,
quasi da un sonno deste, / che di sepolcro le odorava già.
Si può vivere ancora, urlo del vento?

LALLA ROMANO, le parole tra noi leggere – versi dall’omonima poesia di Montale: «… le parole  tra noi
leggère cadono
 Ti guardo
in un molle riverbero
»

FAUSTA CIALENTE, le quattro ragazze Wieselberger: “Non gli piaceva, quella parola [rivoluzione], è chiaro; e nemmeno che le donne, costrette a sostituire gli uomini e a farsi operaie, si agitassero tanto e andassero per le strade urlando a contestare la guerra, a chiedere pane e pace. A me sembrava giusto, invece, una finestra s’era, per esse, fortunatamente spalancata sul mondo e sulla realtà, ma a lui le donne piacevano a casa, era indubbio; ancora meglio nel letto degli uomini, le “male arti” a loro esclusivo servizio, anche se camuffate nel matrimonio“.

MARIA BELLONCI, rinascimento privato

MARIATERESA DI LASCIA, passaggio in ombra: “Allora aveva avuto un solo desiderio: conservare il più a lungo possibile, forse per sempre, la libertà di non avere nessuna forma“.

DACIA MARAINI, buio – tratto da La bambina e il sognatore: I sogni sono stracci di nuvole,
scomposti e inconsistenti.
Mi fanno sentire vivo, capisci?
Vivo come non sono mai stato
“.

MARGARET MAZZANTINI, non ti muovere: “La vita è soffice perché si dipana nel tempo, e ci lascia il tempo per tutto“.

MELANIA GAIA MAZZUCO, vita – tratto da Limbo: “I solidi sublimano e diventano gas. L’acqua evapora, le pietre si sbriciolano e anche il granito alla fine diventa sabbia… Ma il dolore no, è indistruttibile, come l’oro e il diamante. Il dolore resiste al tempo e a tutto, e semmai aumenta e si rinnova“.

HELENA JANECZEC, la ragazza con la Leica: “Il fotografo è un lavoro che premia gli opportunisti, favorisce i pattinatori in superficie. Un medico, al contrario, si trova implicato nelle vite dei pazienti, vite che neanche con l’aiuto di qualche lastra spesso offrono un’immagine univoca. C’è chi è nato per barcamenarsi e chi lo fa comunque, bene o male. Gerda avrebbe avuto la sovranità di non voltarsi indietro e, al tempo stesso, non rinnegare nulla.

Questo articolo ha un commento

  1. Bravissima zia!!! Mi è stato di aiuto per capire meglio le origini del Premio Strega😊

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