L’Isola dei Nobel

L’Isola dei Nobel

“… Si vede che la poesia ama le terre che galleggiano sul mare.” (Quasimodo)

Nel 1959, Salvatore Quasimodo ricevette il Premio Nobel per la letteratura.

Dei sei premi Nobel assegnati all’Italia in questo campo, quello conferito a Salvatore Quasimodo fu il quarto: il primo, nel 1906, a Giosuè Carducci, il quinto e il sesto, rispettivamente a Eugenio Montale, nel 1975, e a Dario Fo, nel 1997. Egli fu anche il terzo scrittore ad essere “isolano”, dopo il secondo Nobel alla sarda Grazia Deledda, nel 1926, e il terzo all’illustre drammaturgo siciliano, Luigi Pirandello, nel 1934.

Quasimodo, ebbe a dire (a riguardo) che si trattava di una coincidenza se gli ultimi tre premiati della nostra nazione erano stati tre scrittori “isolani”. In un’intervista dichiarò: “… si vede che la poesia ama le terre che galleggiano sul mare.

Il poeta nacque infatti in Sicilia, a Modica, provincia di Ragusa, il 20 agosto del 1901, anche se, per motivi di lavoro del padre, ch’era un capostazione, girovagò molto, sia per la Sicilia che nel resto d’Italia. Egli rimase comunque sempre molto legato ai luoghi d’infanzia, nonostante finì col vivere sul “continente” e più precisamente a Milano.

Ma cos’è l’Isola? Cos’è l’Isola per un uomo, fatto di carne, di ossa, di viscere, di sentimenti e per di più poeta?

Essa è un “luogo non luogo”, un posto incantato a cui si approda con bramosia e da cui si ritorna sempre un po’ spaesati. “Ci sono stato, non ci sono stato?”, ci si chiede. “Esiste o è un luogo dell’immaginario”? Certo che quella terra esiste, quel posto così caro al cuore dove i profumi sono impressi nella memoria e i colori del mare che la circonda sono così vividi. Ma, lontani da Essa…

Ognuno sta solo
sul cuore della terra”

“ed è subito sera”.

Lontani dall’Isola, lontani da casa, si è esuli. Ci si convince di poter dimenticare:

“… il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
(dimenticare) il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.

Ed è in questo suo LAMENTO PER IL SUD”, il canto nostalgico e contraddittorio, in cui Salvatore Quasimodo (senza mantenere il proprio monito) dirà Più nessuno mi porterà nel Sud” e, come fanno tutti gli esuli, grida amore e odio per la terra natìa. Troppo struggente il dolore, sarebbe, se fosse solo un canto di lontananza. Necessaria è un po’ di “dimenticanza”, una sana dissociazione, in versi come questi, in cui per amare veramente bisogna saper “lasciare andare”…

E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore”.

Pirandello, altro compagno di premio Nobel, ancor prima di Quasimodo, spiegò meglio la condizione dell’essere isolani, scrivendo:

“Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natìa circondata dal mare immenso e geloso.”

Le onde che s’infrangono sugli scogli di un’isola sono ipnotiche come le sirene di Ulisse. Chi vi è nato tenderà a non abbandonare mai i propri confini e i limiti dell’isola diverranno i limiti del proprio mondo. Tutto nell’isola basterà a se stesso. Fuggirne o sfuggirne diverrà un’impresa eroica. Il prezzo da pagare, per tali gesta, sarà una certa “solitudine continentale”, lo sradicamento, il silenzio di giornate senza onde, né gabbiani, né la vista che si apre all’orizzonte in eterno movimento di una terra che in mezzo al mare è sempre ferma, mentre il resto, tutto, appare e scompare dietro i flutti delle acque. L’isola esiste ma può anche sparire, sprofondare dentro noi stessi, nel nostro cuore più profondo, inabissarsi nell’inconscio onirico di qualcosa di meravigliosamente fantastico. Incatenarsi al palo di un albero maestro è necessario per non rimanere prigionieri di quell’incantesimo che a un’isola sempre conduce, al contrario di un porto che salva, per perdersi definitivamente, salvo che sull’isola non si sia nati. In tal caso, la rotta per “Itaca” sarà sempre indicata da una stella amica. E il ritorno sarà eterno, come le spoglie di chi vi farà rientro dopo la morte, la scrittrice e unica donna premio Nobel per l’Italia, Grazia Deledda, che per la sua bella Sardegna scrisse:

“Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.
Siamo una terra antica di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.
Noi siamo sardi.”

Mentre guardavo l’orizzonte dal “Pizzo”, il punto più alto di Modica, dopo aver fatto oltre cinquemila passi in scalini, meditavo su alcuni versi di Salvatore Quasimodo che suo figlio Alessandro aveva associato ad uno degli acquarelli del padre affissi nella casa natale…

“Nessuna cosa muore che in me non viva”.

Fu così che ripensando alle contraddizioni, i sinonimi e i contrari di cui i nostri stessi pensieri sono così infusi e densi, chiesi ingenuamente ad un anziano saggio: “Signore, scusi, in che direzione è il mare?”, intendendone il punto più vicino. Mi rispose ovviamente con una fragorosa risata che qui il mare è ovunque, che domande, siamo sull’Isola!

Giovanni Verga, il quale non vinse mai il Nobel, scrisse:

“Il mare non ha paese nemmeno lui ed è di tutti quelli che lo stanno ad ascoltare di qua e di là dove nasce e muore il sole.”

Così capii che noi siamo come il mare, noi che le onde dei nostri sentimenti ci trasportano di qua e di là, noi che cerchiamo continuamente una “casa”, senza approdarvi mai perché il desiderio di un’emozione nuova, continua, ci sospinge sempre oltre, alla ricerca di continui attimi di felicità, di sprazzi di luce intensi che ci trafiggano il cuore solitario come dardi infuocati, noi che inseguiamo l’ultimo raggio di sole finché non si tuffa nel mare, una parola d’amore che ci par poesia, noi, viviamo come un giorno, lungo una vita…

“Ed è subito sera”.

“Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta, sconsigliatelo fermamente. Se continua minacciatelo di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri.” (Grazia Deledda)

PiccolaFlò per “CoseDi…”

Questo articolo ha 6 commenti.

  1. Grazie…. l’ho letto e riletto più volte. E mi ha emozionato sempre allo stesso modo. L’isola e il suo isolano avranno sempre un legame speciale, lo so e soprattutto l’ho scoperto proprio quando ho lasciato quella terra “galleggiante”. Prima la calpestavo con i piedi e poi, dopo averla lasciata, l’ho portata in braccio per farla stare per sempre vicino al mio cuore. Grazie per quello che hai scritto e soprattutto grazie di avermi “ricordato” quanto è bello essere un isola nell’isola. Sembriamo sempre fuori da tutto, quasi come avessimo sempre tanto mare intorno, ma consapevoli di avere dentro di noi….. “tutto” quello che amiamo. ☺️

    1. Ti leggo solo oggi… Durante questa pandemia sono andata in fondo all’Isola che è in me… Cercando di trovarmi, capendo come hai scritto tu, che abbiamo dentro di noi (anche se non c’è più fisicamente) tutto quello che amiamo o che abbiamo amato… E ognuno di noi si porterà sempre un pezzo di mare dentro e un poco di quell’Isola che a me, ogni volta che ci vado, mi ruba il cuore… Grazie Dario, grazie a te…

  2. Articolo strepitoso. Così ricco di spunti e motivi per riflettere e viaggiare con la mente

    1. Grazie Alessandro, mi fa davvero molto piacere 🙂

  3. Mi è piaciuto molto questo pezzo

    1. Grazie Luana. Spero di aver capito, o almeno ci ho provato, come si sente un “isolano”, che mai dimentica di essere circondato dal mare mentre per me, ad esempio, non è affatto scontato sentirmi un'”Isola” e da qui, infatti, la mia sciocca domanda: “dov’è il mare?” Insomma, Quasimodo e l’isola mi hanno fatto molto riflettere…

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