L’invenzione di noi due

L’amore è un’invenzione a quattro mani? Ci si può innamorare di qualcuno per le sue parole? E cosa succede se poi, col tempo, queste scemano e vanno a formare solo grovigli di pensieri che non vengono sputati fuori, perdendo il loro potere magico?

Un amore nato attraverso la scrittura e una buona dose di immaginazione, quello di Nadia e Milo, che sfiorisce perché non riesce più a comunicare e che il protagonista tenta di recuperare riproponendo, in qualche maniera, la stessa iniziale formula vincente, senza però pensare alle conseguenze.

Questo è il primo romanzo di Bussola che leggo; vince facile con me perchè parla – in maniera impeccabile e viva, rendendomi partecipe di ogni stato d’animo – di scrittura, parole, passione, amore. “Dell’illusione della scrittura e della delusione della vita.” Di come quest’ultima ci conduca, spesso, su vie che chissà se volevamo percorrere, perchè poi gli anni scorrono e ci si adagia un po’ e ci si adegua parecchio e si cambia, forse in un modo che non ci si aspettava e i sogni diventano un po’ ricordi che fanno male e c’è chi tenta di rimanervi aggrappato – come Nadia – e chi si trincera dietro la realtà di tutti i giorni, come Milo, non sapendo più tanto bene che pesci pigliare, soprattutto con chi ci rimane accanto. Soprattutto in amore, quando l’amore inizia a sbiadire e si fatica a capire come mai si è arrivati ad innalzare così tanto la soglia del dolore.

Titolo: L’invenzione di noi due

Autore: Matteo Bussola

Editore: Einaudi

ISBN: 9788858433515

“Se il mio lavoro era modificare le cose, in amore modificavo me stesso. Non era tanto un adeguarsi, era più un disporsi in favore di. Era un offrirsi al mondo, era la convinzione che, se ami qualcuno, l’atto più vero che puoi compiere è quello di arrenderti all’altro. Cercare di proteggerlo, perfino da te stesso.”

Chissà se c’è dell’autobiografico, qui dentro. I sentimenti sono così vividi, che mi viene un po’ da pensarlo, ma leggo nei ringraziamenti che il primo capitolo di questo libro è stato scritto molto tempo fa, e l’autore non è un matusa. Forse, semplicemente, la questione è così universale che fa viaggare la mente…

E cos’è allora l’amore? Svelare o nascondere? Trattenere o rendere?

E la mortificazione dell’amore è allora quando modifichiamo noi stessi per mostrare all’altro solo il nostro lato buono, senza svelare la faccia nascosta della luna? O tanto più amiamo l’altro quanto più riusciamo a proteggerlo dalla nostra imperfezione, collocandoci nei margini del disegno che ha costruito intorno alla nostra persona, senza mutare?

Per lungo tempo, proprio come Milo, ho creduto di dover mostrare al mio partner solo la parte migliore di me, vergognandomi dei miei difetti – accade, alle volte, tuttora con mille scuse, poichè è un continuo lavorìo, quello su sé stessi -, rammaricandomi di non essere corretta nel dire o nel fare. Lo facevo per compiacere l’altro e perché avevo paura che tutto finisse (cosa che accadeva puntualmente e comunque, con somma fustigazione – mia, ovviamente), fino a quando mi sono resa conto che le storie d’amore vere erano quelle in cui potevo sentirmi libera di essere me stessa, senza se e senza ma.

Intendiamoci, non sono una fan del “sono fatta così, prendere o lasciare”, proprio no, ma forse ho finalmente capito – e questo romanzo mi pare lo renda bene – che è fondamentale lasciare all’altro la possibilità di scegliere e di continuare a scegliere con chi vuole stare: questo può accadere soltanto quando siamo noi, soltanto noi, con le nostre piccolezze e pusillanimità, coi nostri talenti e le nostre gioie, ad offrire all’altro una natura che possiamo, sì, rendere sempre migliore, che non regala pomodori dall’involucro lucente*, ma dona frutti dal sapore autentico.

*Sì, ok, che c’azzecca? Lo scoprirete solo leggendo!

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