“Istanbul”. Dal punto di vista di Orhan.

Stavo leggendo La bastarda di Istanbul per il circolo di lettura e mi sono chiesta: “perché non integrare questa lettura con anche quella della Istanbul di Pamuk?” 

Titolo dell’opera: Istanbul.

Autore: Orhan Pamuk

Editore: Giulio Einaudi Editore

ISBN: 978-88-06-21937-6

“Io ti offro onestà, e tu dimostrami affetto”.

O. Pamuk

Ce l’ho. Sta lì, sulla sua bella mensola, intonso.

E così ho iniziato questo viaggio, che anche se solo fatto di parole non può definirsi meno bello del percorrere con i propri piedi quelle strade.

Mi sembrerà di esserci davvero tra i suoi vicoli e le mura ricche di storie, intrise di Storia. 

Sì, la vedo bene questa Istanbul: Pamuk, guidami tu!

Ti prometto tutta l’attenzione richiesta alla fine del primo capitolo di presentazione. 

Dovuta, per la tua onestà. E l’affetto, scaturirà da sé. 

Ché quando ci si mette a nudo, nel bene o nel male, non si può fare a meno di creare un legame anche se solo temporaneo, di natura sentimentale.

Pamuk racconta di sé e della sua ricca famiglia e della disgregazione del suo patrimonio.

“La famiglia, ancora con le impronte di un grande clan ottomano, tradizionale, di Istanbul, stava per disgregarsi…”

Ha netti ricordi della sua infanzia che riporta con oggettiva lucidità. Nonostante si evinca dalle sue parole un coinvolgimento così intimo da creare in me una sorta di distacco, dovuto forse alla sensazione di intromissione, che mi ha suscitato il leggere di aspetti così personali. Aspetti che non è “solitamente” dovuto conoscere e che non mi aspettavo di trovare riportati nel testo.

“Per tanti anni ho creduto che vivesse in altro Orhan…in una strada di Istanbul…”

E poi questo raccontare la caratteristica tristezza di questa città, dei suoi quartieri in rovina, dello Stretto del Bosforo che “ha un’anima tutta sua”, è di per sé pervaso di una particolare malinconia.

“La tristezza di questa cultura che moriva insieme all’impero era ovunque.”

“Istanbul non porta la tristezza come una malattia temporanea, oppure un dolore di cui liberarsi, ma come una scelta.”

Non è semplice descrivere a parole un sentimento che si sviluppa in molteplici sfumature e che diventa per questa città e per i suoi abitanti il sentire tipico di un vissuto che non potrà mai avere eguali in altre parti del mondo.

“Perché mi sforzo così tanto di spiegare per bene al lettore che il sentimento che mi comunica la mia città, dove ho passato tutta la vita, è la malinconia?”

Eppure ne parla per diverse pagine, spiegandone le varie sfaccettature e citando altri scrittori che hanno anch’ essi descritto questo sentimento con altre parole e per altri luoghi.

E poi torna alla sua famiglia. Ai suoi genitori e alle loro sparizioni, alla nonna paterna. Al fratello che lo lascia adolescente, per andare a studiare negli Stati Uniti, creando un vuoto non indifferente. Alla madre, nei confronti della quale cercava lo scontro per poi scappare a fumare tra le strade deserte di notte.

“…e cercavo di far accettare a mia madre la mia situazione. Ma dato che non sapevo esattamente perché lo stessi facendo, né cosa fosse ciò che tentavo di farle accettare, la nostra conversazione diventava una sorta di irragionevole lotta.”

Alterna quindi il racconto della città, del mare, degli edifici,  delle persone e delle strade, al ricordo dei genitori, delle loro separazione e della separazione dei genitori da lui, figlio. 

Situazione familiare che accentua questa tristezza di fondo, ma in quel particolare modo che fa della tristezza stessa un rifugio calmo e caloroso, proprio come dovrebbe essere una famiglia.

E poi il bambino cresce, si fa adolescente, parla del primo amore e si ritrova adulto. E l’autore manifesta in maniera chiara e allarmante, quella condizione per cui a volte ci si sente estranei a se stessi e al resto del modo. Si guarda dal di fuori e si sente spaesato, per cui ricerca quei particolari quartieri o angoli della città cari, che gli danno una mano a ritrovarsi. E ad affermare una volta per tutte: – Diventerò scrittore, io.-

Quanto ho trovato di me stessa in questo libro, non lo so dire.

Posso affermare che mi piaceva la sera ritagliarmi quella mezz’ora di tempo seduta sul divano, sotto il calore della luce della lampada, per incontrarmii con Orhan a casa sua o tra le vie di Istanbul.

Per me è stato un dolce viaggio.

Da sentirne la mancanza al rientro.

“La vita non può essere così brutta, – penso alle volte. – Comunque, uno alla fine può sempre farsi una passeggiata sul Bosforo”.

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