Il gioco del libro.

Prendo spunto per questo articolo da un particolare capitolo dell’ultimo libro di Concita De Gregorio, intitolato “In tempo di guerra”. Si tratta di uno di quelli catalogati come “Le risposte che non ho”, intitolato “Sottolineare” e che ho trovato illuminante.

Chi non sottolinea i libri che legge? Io sì, da sempre.

Si sottolinea per evidenziare, rimarcare e ritrovare facilmente. E se dopo anni da quella sottolineatura, riprendessi in mano quello stesso libro, riusciresti a rileggerlo dalla prima all’ultima parola senza farti distrarre, guidare da quelle sottolineature? Tu non lo sai, ma rileggendo lo stesso testo dopo molto tempo, potresti trovare una nuova storia da leggere, riconoscere in esso altre frasi importanti, un altro te stesso, perché come afferma l’autrice “È il libro che legge te, mentre lo leggi. Quindi lo stesso libro, ora che lo rileggi, rilegge te che sei un altro.”

E a seguito di questo riflessione, parla del Gioco del libro: la regola principale è “cucire” insieme solo le parti sottolineate. A quel punto il risultato finale del gioco sarà un testo nuovo, un libro solo tuo.

Certo non si tratterà di una grande opera. Ne risulterà un testo frammentato, sconclusionato ma sicuramente personale. Lo scrivi oggi e rileggendolo tra dieci anni, magari penserai che ciò su cui ti sei soffermato, non ha poi più tanta presa su di te. A quel punto, potresti riprendere il gioco e riscrivere una nuova versione del tuo libro.

Inoltre, se tutti facessimo questo gioco, pensate a quante versioni dello stesso libro verrebbero fuori? Ognuno con il proprio significato.

Dedico quindi la seconda parte di questo articolo, alla mia versione del libro in questione.

Titolo del libro: In tempo di guerra.

Autrice: Concita De Gregorio.

Editore: Einaudi.

ISBN: 9788806242817

“È proprio vero che tutto cambia in un attimo. Passano gli anni, e poi sono i minuti che trasformano la vita.”

Il gioco del libro “In tempo di Guerra” per Nat:

“Eppure io per tutta la vita mi sono sentito estraneo. come se mi avessero inviato da un altro pianeta: aspettavo che tornassero a prendermi.

Mio nonno Antonio, il padre di mia madre, era sempre concentrato sui suoi libri, i suoi esperimenti. Come se la vita passasse di lato mentre lui stava facendo qualcos’altro. Silenzioso, indecifrabile.

Qui a Siponto la sera abbaiano i cani. Il silenzio non è mai assoluto. Nella notte arriva un mormorio indistinto, come una polvere di voci infinitesimali. Sembra la voce dei pensieri pensati e non detti: restano lì sospesi, orfani.

Che presunzione, pensare di poter determinare le cose: sarà idolatria? Se impari a stare nei giorni, se vivi contemporaneo al presente e non nel “rimpianto”, nel “progetto”, sempre fuori tempo – nel passato sbagliato, nel futuro impossibile – allora è una meraviglia. La bellezza in purezza. È quel che è. Bisogna avere orecchio, stare a tempo nella musica del tempo.

Che poi tutto questo parlare, non sarà sopravvalutato? Tutti parlano, dicono cosa si deve fare, e come, e quando. Tutti che ti spiegano in modo definitivo come stanno le cose.

E ora bisogna combattere questo, e adesso condannare quello. E poi bisogna denunciare quest’altro, e mobilitarsi e vergogna, e partecipa, e firma, e alza la voce anche tu. Ma io non sono mica tanto sicuro, sai, di questi giudizi netti e inesorabili. Io a volte non lo so, come stanno le cose. Preferisco aspettare, capire meglio, studiare. Magari partire e andare a vedere. Metterci del mio, fare senza dire. Quante volte siamo partiti. Però mica abbiamo fatto gli hashtag su Instagram. SiamoPartiti.

Vale la pena rinunciare al bene nostro per il bene di tutti. È la cosa più bella che si può fare nella vita. 

È quando non riesco a far valere le mie opinioni con la ragione che alzo la voce, le mani. È quando non riesco a discutere che picchio, vieto, obbligo. È sempre una resa, la violenza. Un segno definitivo di pochezza. Non all’altezza di un essere umano. Si torna bestie. Quel che distingue gli uomini dagli animali è la parola, no?

C’è qualcosa che ancora non vedi, della tua storia. Del tuo venire al mondo. Ed è questo, credo, che ti ha sempre fatto sentire estraneo. Ma presto lo scoprirai, ne sono certo, e tornerai al tuo posto. Il tuo posto è qui. Tocca a te, è il momento. Hai un grande compito, quasi te lo invidio. Hai il compito di ritrovare la rotta che noi vecchi abbiamo smarrito. Una missione formidabile che può cambiare il destino di tutti. Dovete fare la vostra guerra, trovarla qui. Insegnarci a riparare ai nostri errori. Dovete salvare il mondo.

Ai miei tempi si usava avere grande discrezione nell’altruismo, che associato all’esibizione diventa spesso privato tornaconto. Motivo di autocelebrazione e narcisismo. A quest’altezza della vita l’unica rivoluzione in cui credo è quella della gentilezza. Della cultura e dell’ascolto, della tolleranza. Se lo salviamo dalla catastrofe, il mondo, sarà bello scoprire che c’è posto per tutti. Anche per te. Il tuo posto.

Ci sono cose che sembrano un torto e sono un dono. Tutto quello che ti serve per diventare la persona che sei è sempre già dentro di te, da qualche parte nascosto. La parola – libera dall’ipocrisia del decoro, dal gioco del dovere, dal timore della sanzione – è la cura. Sempre. Di tutto.

Mi riconcilia con la vita il pensiero che l’ultima memoria che si perde, quando si perde, sia quella della musica. L’ho imparato anni fa: l’ho visto succedere a un amico e ancora mi commuove. Puoi dimenticare tutto, ma se hai imparato a suonare le tue mani conservano quel brano, lo riconosci quando lo ascolti, lo puoi cantare sempre, fino all’ultimo minuto dell’ultimo giorno. La musica abita in un luogo della memoria che ci precede e ci sopravvive. La ragione il sentimento non centrano. È il ritmo del mondo. E sì: quel che più conta mondo è avere orecchio, ascoltare e andare a tempo.

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Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Bellissimo articolo e un emozionante consiglio di lettura!!
    Grazie Nat😊

    1. Grazie mille Laura! Il tuo apprezzamento è uno stimolo in più. Buone letture!

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