Figlia di una vestaglia blu

Eh sì, è vero, siamo sparite. Che ci volete fare, così vanno le cose. Io sto preparando il concorso della mia vita e Nat… è una donna misteriosa e molto impegnata! Però nei giorni scorsi mi sono presa una pausa dallo studio e ho cominciato questo libro, che mi ha lasciato mia cognata Lu. A quanto pare, ha pensato a me mentre lo leggeva.

Sulla prima e sulla quarta di copertina, la scritta WORKINGCLASS: si parla di lavoratori e di lavoro, di operai, di fabbriche e di grandi opere. Di storie e persone vere, reali. Di dignità, fatica e dolore. Ho approfondito parecchio, mentre leggevo e anche dopo. Ho cercato nomi e luoghi. Dentro c’era pure un pezzo di me.

S’intitola così perché la scrittrice racconta della madre, un’operaia della Rifle messa in cassa integrazione e poi in mobilità poco prima della pensione per via della crisi della fabbrica, che ha dichiarato fallimento all’incirca un anno fa. La vestaglia blu era quella indossata durante le ore passate a cucire i passanti dei famosi jeans. I jeans, forse uno degli indumenti più utilizzati al mondo. Non m’interessano le grandi marche, ma quando ero adolescente a un certo punto mi ero fissata che ne volevo un paio proprio da quel negozio lì, il più caro del paese. In una famiglia numerosa non ci si possono permettere tanti lussi, ma mio padre mi accontentò: mi sentii talmente in colpa che li usai per anni, fino a quando non mi entrarono più o forse, più probabilmente, fino a quando mia madre non li fece sparire perché ormai troppo consunti.

Anche i miei genitori, da giovani, hanno lavorato in fabbrica. Papà era un operaio della Lancia; quando usciva dal suo turno andava a fare l’apprendista falegname, che è il lavoro che poi è rimasto. Mamma non ho mai capito bene, so solo che da lì se n’è voluta scappare. Meglio per me che sono nata al caldo e vicina al mare, a casa. Inoltre, erano terroni in un’altra regione, proprio come i lavoratori del TAV nel Mugello. I lavoratori dell’altra storia raccontata dall’autrice, quella delle gallerie e dei cantieri in cui vivono gli operai che passano le ore a scavare per far passare il treno veloce, senza avere praticamente contatti con le persone del luogo. Sono quasi tutti meridionali, soprattutto calabresi, lontani dalle famiglie per mesi, forse anni.

Mi spuntavano le lacrime già alle prime pagine. Scrittura chiara ed evocativa, che scivola via veloce lungo le pagine, quella di Simona Baldanzi. Mi piacciono i capitoli brevi in cui alterna le due storie, i ricordi e i suoi vissuti. La descrizione dei personaggi (anzi, delle persone) è vivida, li ho stampati in testa, ho immaginato le loro voci. Tutto molto stimolante, fluido e terribilmente reale. Anche se io non lo so com’è lavorare in fabbrica, men che meno in cantiere a farsi soffocare i polmoni, più o meno lentamente. Posso solo immaginare e non so se oso farlo. Per più di quattro anni ho lavorato su turni, a volte mi alzavo presto e facevo un lavoro abbastanza ripetitivo, a tratti stressante. Per un periodo lunghissimo ho lavorato tutte le domeniche. Avevo quasi trent’anni e mi odiavo. Dovevo raggiungere gli standard richiesti e stare stretta nei tempi, ma non ho mai rischiato che un ago m’infilzasse un occhio a tradimento, né che un pezzo di montagna si staccasse e mi cadesse in testa, letteralmente seppellendomi viva. Facevo un lavoro che non amavo, ma ero fortunata. Risucchiata nel neotaylorismo, ma fortunata. L’altro ieri, invece, in Campania, un ragazzo è morto schiacciato da un mezzo durante il suo turno di lavoro. Aveva la mia età.

Ed io, non ho altro da aggiungere.

Dopo tutto vedrò il tuo paese. Arriverò nella tua Calabria, terra che finora ho visto solo nella tua cartina. Vedrò da dove viene quel grigio che ti porti dentro.

Autrice: Simona Baldanzi

Titolo: Figlia di una vestaglia blu

Editore: Alegre

ISBN: 9788832067101

Questo articolo ha un commento

  1. Lu

    Sapevo che ti sarebbe piaciuto 🙂

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