Alzati e riparti

PiccolaFlò è una quarantenne con pochi peli sulla lingua, che abita in un paesino di provincia, di quelli con le piazze e le chiese e il mare, proprio a sud, dove ci si conosce un po’ tutti e se passeggi col cane la sera, nessuno ti disturba. Soldi pochi, lavoro quasi zero, e allora, cosa ci resta a fare, PiccolaFlò, al sud? Perché riesce a vedere il sole e un limpido cielo, perché odia il caos e la velocità, perché le cose non vanno sempre come le avevi immaginate, perché, perché per ora è così. Alla fine, si è in un luogo fisicamente ma con la mente si può viaggiare ovunque, grazie anche alla moderna teconologia. E allora, partiamo e vediamo un po’ dove ci porta la fantasia.

Suono, dunque sono…

Se c’è una cosa che non sopporto sono le… cinture di sicurezza! E la scuola! E la pasta con le vongole. E ora vi spiego pure perché! Con calma…

La scuola non la sopporto perché fa alzare troppo presto i bambini. Ma ci rendiamo conto che un bambino impiega i suoi anni migliori in una specie di prigione, a fare delle cose assurdissime come risolvere problemi di matematica scrivendoci su dei “temi” che non finiscono mai e soprattutto dovendosi alzare che ancora nel cielo non c’è neppure il sole? Ma insomma, si dovrebbe costituire un fronte di liberazione dei bambini dalla scuola… La scuola al Parco, dalle dieci del mattino alle due del pomeriggio! Fine. Quattro ore sono sufficienti. Evviva, all’aria aperta. E d’inverno, vabbé d’inverno, ci devo pensare (qualcosa mi verrà in mente). Inoltre, dai, lo sappiamo che il cervello di un bambino assorbe e assorbe ma mica è un foglio di carta “Scottex”, è pur sempre un bambino, che la società vorrebbe da subito inquadrare in una “batteria”, come tanti piccoli soldatini che marciano, marciano e marciano, in fila per due…

Le cinture di sicurezza? Vanno benissimo, per la sicurezza, ma per l’umore? Un po’ meno. Non vi sentite oppressi quando mettete la cintura? Io no ma qualcuno di mia conoscenza sì! Anche se la sistemate per bene, la posizionate alla giusta altezza, vi sentirete sempre insaccato come un salame! Ma dico io… non le potrebbero fare colorate queste cinture di sicurezza? Magari le persone le metterebbero più volentieri. E soprattutto, farle più “morbide”! Capisco la loro utilità ma certe volte sembra ti seghino il collo. E infine, anche comode da prendere: gli anziani non riescono ad afferrarle perché non gli funzionano bene le braccia, non riescono a girarsi, e si sbagliano ad inserirle nell’apposito vano; ci mettono dei secoli e questo li fa sentire ancora più inutili e vecchi. Ora, io non sono un designer d’interni di automobili ma anche la sicurezza ha bisogno di essere rivista e corretta, per renderla più confortevole e meno “antipatica”.

Cosa posso avere contro la pasta alle vongole? Le vongole sono sempre poche e il sapore è quasi inesistente (se la mangi al ristorante ti tocca fare la caccia al tesoro nel piatto perché ne mettono giusto qualcuna e ti riempiono soltanto di gusci vuoti). Bianca, slavata, insomma, una tristezza! Vuoi mettere un bel piatto di maccheroni al sugo? Già il colore, un bel rosso acceso, e una fogliolina di basilico fresco sopra ad una spruzzatina di formaggio grattuggiato e abbiamo il classico piatto di pasta da foto pubblicitaria. Perché cambiare quando si sa che “chi lascia la strada vecchia per quella nuova, eccetera eccetera…”?

Ma tutto questo cosa c’entra con la musica? E chi l’ha detto che debba esserci un collegamento? Davvero ancora credete che tutto sia unito da un filo invisibile? Non vi siete ancora resi conto che il “non senso” circonda la nostra vita? Si tratta di un susseguirsi infinito di “domande e risposte”, di bivi e di rotonde, con l’uscita 1, 2, 3, e ancora: cambiando le domande cambieranno le risposte, e spesso, con la stessa domanda, a distanza di tempo, cambierà la risposta data in precedenza. E anche quando il navigatore ti segnala il numero dell’uscita alla rotonda, pur avendole contate con attenzione e ascoltato l’indicazione… una parte, autonomamente, del cervello, in preda ad un atto di ribellione, non esegue il comando ed esce all’improvviso in tutt’altra direzione. Ci si dice che si era “sovrappensiero” ma forse l’imprevisto accade quando non ci concentriamo troppo sul razionale e non è sempre detto che tutto questo sia un male. Magari si esce fuori dagli schemi quando se ne ha la necessità. A volte è meglio “perdersi”. Tanto poi ci si ritrova sempre, o quasi. Ed anche quelli che si perdono, forse volevano proprio perdersi per sempre e non tornare più…

Suono, dunque sono!

Ero ragazzo e già volevo fare il musicista di professione. Ne avevo le scatole piene di biscotti, pane, cioccolatini e caffé. Dover lavorare all’alba ed aiutare al bar era una tortura. Al mattino, alzarsi presto per me che la sera uscivo ad ascoltare musica dal vivo, diventava un’impresa. Continuavo a sognare ad occhi aperti quello che avevo visto la sera prima. Ipnotizzato dalle luci e dal palco, rapito dalle note, guardavo i mei idoli e volevo prendere il loro posto, a tutti i costi. Lo volevo fare e lo feci. Di prepotenza, nei confronti dei miei. Rubai i soldi dalla cassa, non di un giorno qualsiasi ma di un capodanno lontano, e me ne andai. Come si dice, “Anno Nuovo, vita nuova!”, giusto? Ovviamente, mi cercarono per mare e per monti, andarono persino in una trasmissione per gente scomparsa e infatti mi trovarono, per strada, a fare il barbone (i soldi me li rubarono subito, a un damerino come me che si capiva subito ch’ero uno “scappato di casa”). La stoffa del delinquente non l’ho mai avuta. E nemmeno del barbone. Ma indietro non ci volevo tornare, nonostante le lacrime di mia madre e le minacce, neppure tanto velate, in diretta nazionale, di mio padre. In un bar, nemmeno a farlo apposta, in cui mi ero rifugiato per scaldarmi un po’, mi riconobbe la proprietaria che mi fece chiamare in trasmissione, per tranquillizzare i miei: “Sono vivo, sto bene. Ma al negozio io non ci torno. Lasciatelo a mio fratello. Io da grande voglio fare il musicista, è una vita che lo dico e lo farò!”. Insomma, ero determinato e anche un po’ stronzo, da come mi guardava la proprietaria, a sua volta mamma, mentre vedeva come facevo piangere la mia, in diretta tra l’altro! E così, in un colpo solo: mi ritrovarono, mi diseredarono e mi cacciarono dal locale, in una delle notti più fredde che abbia mai provato sulla mia pelle. Quella sera lì non ero più tanto sicuro di voler fare il musicista. Psicologicamente era stato un colpo vedere i miei genitori implorarmi di tornare e io a fare il duro e il sostenuto. Si trattava di un distacco a “strappo”, un po’ violento, ma era l’unico modo per farsi ascoltare. Purtroppo non ne avevo altri. Dal mattino successivo chiesi di lavorare nello stesso bar da cui ero stato cacciato malamente qualche ora prima. Era un lavoro che sapevo fare, ed anche bene, e il Bepi e la Giuditta divennero i miei secondi genitori, quelli che mi ero scelto io. Lo sapevo che loro avevano contatti con i miei genitori veri, giù al sud, e glielo lasciavo fare. Io stesso avrei voluto comunicare con loro, per farli stare tranquilli, ma mi vergognavo per come mi ero comportato e, in più, ero anche abbastanza orgoglioso, l’orgoglio di un presuntuoso ventenne che si sente un uomo consumato. Con i soldi guadagnati al bar mi pagavo le lezioni di chitarra e divenni, col tempo e con lo studio, sempre più bravo, fino a convincere la Giuditta a farmi suonare il sabato sera nel suo bar. Da semplice bettola riuscimmo, anche grazie a me, a farne un localino un po’ diverso, con serate di musica live, invitando anche altri musicisti, molto più in gamba di me, e con l’incremento delle vendite riuscivamo a pagarli discretamente. Tanto che la voce di un bel pubblico e dei suoi onesti gestori aveva fatto il giro della provincia prima e poi della regione. Venivano ben volentieri a suonare da noi ed io ero diventato il “direttore artistico” del locale, anche se i caffé li facevo ancora per i clienti. Io suonavo insieme ai nostri ospiti, qualche pezzo, a fine serata, o negli infrasettimanali, quando c’era meno affluenza. Al paese non ci tornavo da cinque anni e forse non ci sarei mai più tornato se non avessi incontrato Margherita. Era entrata una sera, in mezzo alla gente, ma non l’avevo riconosciuta. Era la figlia di alcuni cari amici dei miei genitori. Sapendo che sarebbe andata a studiare medicina al nord le avevano chiesto di venire a vedere cosa stessi combinando e mia madre mi aveva mandato persino un pacchetto, cuore di mamma! Margherita aspettò sino alla fine e mi guardava con i suoi occhi scuri ma io non l’avevo notata, suonavo e alle ragazze, all’epoca, nemmeno ci pensavo. Fece tutto lei. A fine serata venne a parlarmi, mi diede il pacchetto di mia madre e mi lasciò il suo numero di telefono. Quella sera non ci fu nemmeno un bacio ma le sere successive, a casa sua, me ne diede tanti e non solo quelli. Fu proprio una storia in piena regola, tanto da farmi tornare con lei d’estate, a rivedere i miei, il paese e a conoscere i suoi. Insomma, ci eravamo fidanzati. Ma io non ero poi così convinto che fosse la strada giusta per me. Io una fidanzata non la volevo. Amavo già la mia chitarra e la musica era già abbastanza per me. Certo, a Margherita volevo bene, ma il mio sogno era quello di girare il mondo e quella roba scientifica che studiava lei non solo non mi interessava ma neppure la capivo. Così, lasciai Margherita o meglio, da stronzo codardo quale sono, mi feci lasciare, nel peggiore dei modi. Mi trovò a casa mia con un’altra. Le prese un colpo a Margherita quando mi vide con la Teresa. Non ci poteva credere. Scappò via in lacrime ed io non le corsi neanche dietro. Ma, a quel punto, mandai a casa anche la Teresa. Veder piangere Margherita in quel modo mi aveva fatto sentire un verme. Di certo, almeno, ero sicuro che mi avrebbe lasciato “andare”. E così partì, certo che partii. Dopo un po’ di anni non avevo più da imparare neppure in quella provincia del nord e così feci i bagagli. L’estero divenne la mia nuova meta. Salutai con immenso affetto e riconoscenza il Bepi e la Giuditta, che non si tratteneva dal piangere (un po’ come la mia mamma quella volta in tivvù). Chitarra, valigia in spalla, i miei risparmi e via. Londra stavo arrivando! Alla stazione mi parve di intravedere Margherita, ma non ne ero per niente sicuro. Quella non voleva vedermi neppure in cartolina, figuriamoci s’era venuta a salutarmi. Forse neppure la Teresa aveva delle gran belle parole da spendere per me ma, ad ogni modo, la vita era la mia e il mio motto era diventato… SUONO, DUNQUE SONO! Lo so, ero uno stronzo, un presuntuoso ed un grandissimo egoista. E forse solo così riuscivo a lasciarmi dietro affetti importanti, speciali. Il treno cominciò a muoversi ed io, seduto nel senso contrario a quello di marcia, lasciavo che i paesaggi scorressero via. Partivo e non sapevo in quale nuova avventura mi sarei andato a cacciare. Andavo senza sapere una sola parola di inglese. Ma avevo la mia chitarra e la musica che, si sa, non ha bisogno di parole…

TO BE CONTINUED

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